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Eccidio di Fantina
created Mar 8th, 08:58 by JulianPetek
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L'eccidio di Fantina ebbe luogo il 3 settembre 1862, quando il Regio Esercito arrestò un drappello di volontari che avevano programmato di raggiungere Garibaldi in marcia su Roma e ne passò per le armi sette, in quanto disertori.
Il 27 giugno 1862 Garibaldi era giunto a Palermo, accolto da una enorme folla plaudente. Si decise allora a condurre una nuova spedizione, dalla Sicilia allo Stato Pontificio, per liberare Roma e renderla all'Italia. La marcia venne fermata il 29 agosto 1862 dal Regio Esercito, dopo uno scontro sull'Aspromonte.
La mobilitazione dei volontari per Garibaldi, tuttavia, era stata assai ampia. La colonna giunta in Calabria col generale era costituita solo di 3000 uomini. Molti di più si preparavano a raggiungerlo lungo il cammino. La lentezza delle comunicazioni e l'incertezza delle notizie rendevano quindi inevitabile che vi fosse qualche strascico. Settecento volontari erano stati arrestati a Catania dal generale Ricotti che ne aveva mandati un centinaio a casa con foglio di via; oltre a questi, il generale Cialdini segnalava, il 31 agosto, che un certo maggiore Trasselli vagava alla testa di una banda la cui forza, da quanto ripetutamente dicevasi, sembrava di 800 o 900 uomini. Fu dunque mestiere di concertare la persecuzione di questa banda facendola eseguire da truppe di Catania e dalle poche di Messina.
Un decreto emesso lo stesso giorno sempre dal generale Cialdini prescriveva alle truppe di trattare come briganti i garibaldini che non si fossero costituiti entro cinque giorni.
Ancor oggi alcuni storici riprendono le polemiche mazziniane dell'epoca, parlando di barbaro eccidio. E certamente non si trattò di un atto generoso, umano o lungimirante.
Il governo ebbe facile gioco a sostenere che vigeva in Sicilia lo stato d'assedio, proclamato in agosto proprio per fermare il Garibaldi.
Ma meno generoso ancora è il commento, ancor oggi ripreso, che la causa della brutalità fu la circostanza che tra i regolari vi fossero ex ufficiali e soldati borbonici, i quali avrebbero profittato delle circostanze per trattare, di nuovo, i garibaldini come nemici. A quei giorni appartenne, in effetti, il grido: "al sessanta tu ed al sessantadue noi!".
Tale commento, in effetti, riprende tutto un filone polemico mazziniano che condannava l'integrazione dei soldati ex-borbonici nell'Esercito italiano, come se si trattasse, en bloc, di fedeli servitori di Francesco II delle Due Sicilie e non di italiani, come tutti gli altri. Anche qui, invece, traspare l'ambiguità con la quale, in quegli affannosi anni, ressero le sorti del Paese gli uomini della destra storica e la monarchia. Dopo aver osteggiato segretamente la spedizione dei Mille, non paghi della repressione effettuata in Aspromonte, essi diedero ordine di agire con la massima durezza verso tutti i volontari che, pur provenendo dalle file dell'esercito regolare, avevano anteposto la fede mazziniana repubblicana e la fedeltà a Garibaldi alla volontà di potere del nuovo Re d'Italia.
Il 27 giugno 1862 Garibaldi era giunto a Palermo, accolto da una enorme folla plaudente. Si decise allora a condurre una nuova spedizione, dalla Sicilia allo Stato Pontificio, per liberare Roma e renderla all'Italia. La marcia venne fermata il 29 agosto 1862 dal Regio Esercito, dopo uno scontro sull'Aspromonte.
La mobilitazione dei volontari per Garibaldi, tuttavia, era stata assai ampia. La colonna giunta in Calabria col generale era costituita solo di 3000 uomini. Molti di più si preparavano a raggiungerlo lungo il cammino. La lentezza delle comunicazioni e l'incertezza delle notizie rendevano quindi inevitabile che vi fosse qualche strascico. Settecento volontari erano stati arrestati a Catania dal generale Ricotti che ne aveva mandati un centinaio a casa con foglio di via; oltre a questi, il generale Cialdini segnalava, il 31 agosto, che un certo maggiore Trasselli vagava alla testa di una banda la cui forza, da quanto ripetutamente dicevasi, sembrava di 800 o 900 uomini. Fu dunque mestiere di concertare la persecuzione di questa banda facendola eseguire da truppe di Catania e dalle poche di Messina.
Un decreto emesso lo stesso giorno sempre dal generale Cialdini prescriveva alle truppe di trattare come briganti i garibaldini che non si fossero costituiti entro cinque giorni.
Ancor oggi alcuni storici riprendono le polemiche mazziniane dell'epoca, parlando di barbaro eccidio. E certamente non si trattò di un atto generoso, umano o lungimirante.
Il governo ebbe facile gioco a sostenere che vigeva in Sicilia lo stato d'assedio, proclamato in agosto proprio per fermare il Garibaldi.
Ma meno generoso ancora è il commento, ancor oggi ripreso, che la causa della brutalità fu la circostanza che tra i regolari vi fossero ex ufficiali e soldati borbonici, i quali avrebbero profittato delle circostanze per trattare, di nuovo, i garibaldini come nemici. A quei giorni appartenne, in effetti, il grido: "al sessanta tu ed al sessantadue noi!".
Tale commento, in effetti, riprende tutto un filone polemico mazziniano che condannava l'integrazione dei soldati ex-borbonici nell'Esercito italiano, come se si trattasse, en bloc, di fedeli servitori di Francesco II delle Due Sicilie e non di italiani, come tutti gli altri. Anche qui, invece, traspare l'ambiguità con la quale, in quegli affannosi anni, ressero le sorti del Paese gli uomini della destra storica e la monarchia. Dopo aver osteggiato segretamente la spedizione dei Mille, non paghi della repressione effettuata in Aspromonte, essi diedero ordine di agire con la massima durezza verso tutti i volontari che, pur provenendo dalle file dell'esercito regolare, avevano anteposto la fede mazziniana repubblicana e la fedeltà a Garibaldi alla volontà di potere del nuovo Re d'Italia.
